Gianluca Dettori Intervistato da MarketingTube
Vi segnaliamo una interessante intervista a Gianluca Dettori Intervista a MarketingTube sull’innovazione.
Cosa è MarketingTube
MARKETINGTUBE.TV (www.marketingtube.tv ) è una piattaforma online di condivisione di
riflessioni intorno ai temi del marketing e dell’innovazione. È un progetto culturale ideato,
promosso e supportato da Jakala Group*, dedicato a imprenditori, manager, professionisti e
studenti
I contributi proposti hanno la forma di brevi (5’) video interviste ad autorevoli esponenti dello
scenario imprenditoriale, manageriale, accademico italiano e internazionale. Tra gli altri:
- Diego Visconti: Chairman Worldwide di Accenture
- Giglio del Borgo: ex AD AMEX
- Michele de Lucchi: architetto e designer
- Riccardo Lorenzini e Giampiero Vigorelli: i ben noti pubblicitari
- Luca Rossetto: AD di UPIM
- Alessandro Rosi: AD di Parmacotto
- Sergio Rossi: VP ING Direct
- Luca dal Fabbro: AD E-ON
- Paolo Prota Giurleo: ex AD di Autogrill ora Pres. di Jakala Group
- Francois de Brabant: AD di Between
- Giovanni Ferrario: Dir. Gen Italcementi
..piu’ altri già in agenda.
Il progetto, oggi affidato ad Alberto Bregani, nasce dalla collaborazione con un gruppo di
studenti della Bocconi di Milano, ideato da Alessandro Mattiacci, responsabile sviluppo
strategico di Jakala Group e sviluppato con la consulenza scientifica di Antonella Carù,
Professore straordinario Economia e Gestione delle imprese Università Bocconi, Alberto
Mattiacci, Prof. Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese Università La Sapienza di
Roma.
Nell’ottica di valorizzare il portato culturale dell’iniziativa marketingtube è già partner del MUMM
(Master Universitario di Marketing Management della Sapienza) e sono allo studio accordi con
altre università, centri di alta formazione e case editrici.
Intraprendere Blog Network intervista Tara Kelly e Francesco Sullo, fondatori di PassPack

Qual’è stato il processo che vi ha portato a maturare l’idea di Passpack?
FRANCESCO: Tara ed io lavoravamo da web designer freelance. Quando fai questo lavoro hai a che fare con tanti clienti. E per ognuno di questi devi gestire tanti servizi. Il che significa una marea di utenze e password. Capita spesso che qualcuno ti chiama e devi recuperare al volo le credenziali di accesso ai suoi servizi. Infatti, è capitato così nel marzo 2003 mentre Tara ed io eravammo in viaggio a New York. Fu allora che pensai che se ci fosse stato un password manager accessibile online, sarebbe stato tutto più facile.
Feci una ricerca e non ce n’erano. Così pensai che potevo farmelo da solo. Ma era difficile fidarsi del provider. Ci voleva una tecnologia che mi mettesse al riparo da rischi. Si parlava di password, mica niente.
Fu solo nel 2006 che mi venne l’idea di come fare. Così ne parlai prima con Tara. Poi con altri amici. La cosa che mi stupì fu che dopo il primo momento di scetticismo tutti mi dissero che se però lo facevo, loro lo avrebbero utilizzato, se glielo avessi permesso. Mi resi conto che c’era una richiesta per quel tipo di prodotto. Da lì a pensare di lanciarlo come servizio la strada fu breve.
Solo dopo scoprii che qualcuno aveva dato un nome all’approccio che avevo immaginato e che quel nome era Host-proof Hosting.
Secondo voi quali saranno i fattori che faranno esplodere la vostra idea?
FRANCESCO: Io sono convinto che lo sharing dei dati (introdotto con Passpack 7) sarà la chiave di volta che ci farà fare il salto di qualità.
TARA: Sì, senza alcun dubbio le features per i work group. Stiamo lavorando per questo momento da molto tempo.
Su quali killer application state puntando?
FRANCESCO: immagina di essere il responsabile IT di una piccola azienda. Immagina di condividere con ogni dipendente le password che questi utilizzano per accedere ai diversi servizi. Immagina che se scade una password tu la puoi cambiare e l’altro neanche ha bisogno di saperlo. L’altro va sul sito, clicca il suo bottone e fa l’autologin. Pensa al risparmio di tempo e di spese di help-desk (e spesso l’help-desk sei tu!) per resettare tutte le password perse. Pensa al guadagno in fatto di sicurezza.
TARA: Con il prossimo rilascio, ciò sarà possibile con Passpack. E’ un bisogno che hanno tutte le PMI a livello globale. Ci sono 25 milioni di PMI solo negli USA, e ciascuna deve gestire 100 e più password – fa come minimo 25 miliardi di password che ora come ora, non sono gestite. Passpack va a coprire questo vuoto nel mercato.
Questa domanda è doverosa per tutte le startup, quali finanziamenti di partenza e quali risorse sono arrivate in seguito alla messa on line del progetto?
FRANCESCO: Passpack vide la luce il 12 dicembre del 2006. L’innovazione attira la curiosità della blogosfera ed avemmo subito visibilità. Continuammo a sviluppare e comunicare per circa sei mesi. Poi capimmo che Passpack stava crescendo troppo velocemente per le nostre finanze e dovevamo trovare qualcuno che ci desse una mano. Abbiamo cercato sia in Italia, che a Londra e negli USA.
TARA: Se non hai mai sentito parlare di venture capital e devi cercarne, non sai veramente da dove partire. Così ci mettemmo a studiare, inserirci nel network e stendere il business plan. Il fundraising di per se è dispendioso di tempo e denaro. Così, prima di arrivare al nostro round ufficiale con gli angels, abbiamo prima fatto una piccola raccolta fondi fra amici e colleghi. Questo è il famigerato “Friends and family round”. A maggio 2008 abbiamo finalmente chiuso il “seed round” con Zernike Meta Ventures e vari membri di Italian Angels for Growth.
Ci raccontate delle vostre esperienze o contatti con Business Angels e Venture Capital?
TARA: Ci vogliono contatti. Fortunatamente, se i contatti non li hai, li puoi creare. E’ il famoso networking – vai ad eventi, ti iscrivi ad un gruppo online, e poi (questo sembra per gli italiani un passo spaventoso) devi parlare della tua idea a tutti quelli che incontri. I network si creano solo con la condivisione, non con il protezionismo.
L’investitore non è contro di te, non è un ostacolo che devi superare. Non c’è da lamentarsi che non ti capiscono. Se sarai aperto con loro, ti daranno un feedback preziosissimo. E’ nel loro interesse farlo. Fa parte del buon kharma che uno si deve creare all’interno di un network.
La vostra idea ha i numeri giusti per puntare ai mercati internazionali? Lo state già facendo? E con quali risultati?
TARA: Si è iscritto qualche giorno fa il sessantamillesimo utente. Ma su Internet è una goccia. Dimostra tuttavia che un mercato esiste e che con opportune mosse di marketing puoi certamente scalare e raggiungere i numeri che i grandi venture vogliono sentire.
Per essere internazionale, Passpack lo è di natura: è online ed è in inglese. Circa la metà dei nostri utenti sono del Nord America, e l’altra metà sparsa per il mondo. Adesso che abbiamo gettato le basi e la tecnologia è quasi completa, possiamo concentrarci sull’espansione.
Cosa è stato cambiato in fase di realizzazione, se è successo, rispetto al vostro business plan originale?
TARA: Il nostro Business Plan voleva come target il mondo consumer/prosumer/micro azienda. Ma ora, con un’anno di dati alla mano, è chiaro che bisogna spostare le lancette verso aziende, anche un poco più grandi, riducendo l’attenzione al mondo consumer. I consumer spendono poco e non vogliono gestire le password, vogliono ignorarle – esigenza ben diversa.
FRANCESCO: E’ una battuta nota nella Valley che il business plan il giorno dopo l’investimento si butta dalla finestra. Poi in base alla risposta del mercato, se ne fa un altro. E’ una linea guida, non un contratto a vita. Essere troppo rigidi è dannoso per l’azienda.
Faccio un’esempio. Nel nostro caso, abbiamo previsto una certa crescita, con relativo aumento di personale. Beh, la crescita era minore dell’atteso (proprio per il posizionamento sul mercato troppo consumer che diceva Tara). Ma invece di rallentare anche la crescita delle sedi e dello staff, ci siamo lasciati sopraffare da una forte spinta al rispetto del piano. E’ stato un errore, e abbiamo bruciato risorse inutilmente. Però, dagli errori si impara.
Voi fate concretamente rete con altre startup? Quali difficoltà ci sono a fare questo? Cosa si potrebbe migliorare?
FRANCESCO: La blogosfera italiana parla continuamente di social networks e cose del genere, ma poi nei fatti viviamo in un ambiente chiuso, dove collaborare è veramente difficile. E’ molto più facile stringere accordi e alleanze con aziende e servizi stranieri.
L’anno scorso siamo stati selezionati per il WebWare 100. Su 300 startup finaliste, ce n’erano solo 21 europee e fra queste Passpack era l’unica italiana. La giuria, per capirci, ci ha messo insieme a Amazon S3 o Yahoo Briefcase. Ne eravamo felicissimi. Ma i vincitori li decide il voto online. E lì ci servivano i numeri. I giapponesi, così come i francesi e gli indiani hanno fatto blocco intorno alla loro startup finalista. In Italia ci hanno ignorato quasi tutti. Senza capire che se noi avessimo vinto, l’Italia avrebbe guadagnato credibilità e anche altri avrebbero raccolto qualcosa. Non parlo di giornali, che quelli si sa che stanno sempre a lamentare il fatto che in Italia non si crea ma poi quando crei qualcosa non gliene frega nulla, parlo di blog, di altre startup, di gente che dice di voler creare ecosistemi nuovi.
TARA: E’ vero, la blogosfera Italiana tende ad ignorarci. Non proprio del tutto, ma non abbiamo certo una forte presenza. Il fatto è che le password non sono sexy, tutto qui. Tuttavia, cerco di contribuire al discorso “facciamo startup in Italia”. Scrivo di tanto in tanto degli articoli, e volentieri do una mano a neo imprenditori che mi chiedono consiglio.
Credo comunque che il rapporto più stretto con un’altra startup che abbiamo sia quello con Fhoster. Condividiamo un’ufficio a Roma. Quel rapporto ci tiene su il morale, scambiamo informazioni sui VC, gli Angel, i mercati… impariamo l’uno dall’altro. Si capisce come un raggruppamento di migliaia di startup come in Silicon Valley abbia una potenza di crescita pazzesca – la vicinanza fisica non è da sottovalutare.
In quali luoghi (fiere, eventi, barcamp o altro) siete riusciti a comunicare e a stringere maggiori sinergie per la vostra idea?
TARA: Al primo bar camp a cui ho participato ho incontrato delle donne che sono poi diventate le famose “Girl Geek”. Tutt’oggi quei contatti mi aprono delle porte, e cerco di aprirne per loro a mia volta. Dall’incontro con Bruce Perens sono nate delle relazioni molto apprezzate. Nei vari Barcamp, ho incontrato persone che sono poi diventate nostri fornitori. Contatti provenienti da un evento alla Luiss tempo addietro hanno dato luogo al nostro primo investimento. E più recentemente abbiamo participato come finalisti a Mind the Bridge da cui sono nate nuove sinergie con le altre startup finaliste. Tutto dipende, secondo me, da quanto uno è predisposto a “fare network”. Devi dare per ricevere.
Quale realtà di successo avreste voluto ideare voi?
FRANCESCO: Nel 1994 ero direttore editoriale dell’allora Diemme Editori, adesso Master Editrice. Trovavo inutilizzabili i vari Lycos, Altavista, Hotbot… Parlandone con l’editore gli dissi che secondo me ci voleva un motore che tenesse conto del valore dei risultati. Lui mi guardo e mi chiese: “già, e come si fa?” Io gli risposi: “be’, se ti linkano in altri posti vuol dire che qualcosa vali: perché non facciamo un bel motore che da un voto ad ogni sito?” Lui si fece una risata ironica e chiudemmo la conversazione. Non dico che saremmo riusciti a fare Google, ma l’idea di fondo era la stessa di Page e Brin. Magari se mi fossi trovato da un’altra parte, chissà.
TARA: Ah, questo mi è nuovo [ride]. Francesco è l’idea man. Io mi diverto a portare quelle sue idee al mondo. Per ora è Passpack, ma potrebbe essere mille cose che si inventa ogni giorno.
Avete dei suggerimenti per i nostri lettori riguardo a settori fertili da voi intravisti? Settori dove oggi si possono costruire buone realtà imprenditoriali?
FRANCESCO: Be’, dappertutto c’è di che fare. Prendi Twitter e guarda quanta roba c’è intorno. E quanta continua a venirne fuori. Basta usare i servizi attivamente e quando pensi che ti ci vorrebbe una cosa che faccia questa certa cosa qui, hai trovato il bisogno da soddisfare. E puoi partire.
Se invece non vuoi inventare molto, allora puoi sempre “importare”. Hai presente Splinder? Ha preso l’idea di Blogger e l’ha tradotta in italiano. Io credo che questo funzioni sempre. Se stai con le orecchie aperte e appena vedi qualcosa di nuovo ne fai una versione in italiano, prima che l’originale arrivi ad essere tradotto, ti sei ritagliato la tua nicchia di mercato. Questo perché gli italiani soffrono l’inglese.
Da parte mia, se dovessi ripartire adesso con un nuovo progetto, punterei a creare il successore del successore di Second Life.
TARA: Secondo me crowdsourcing più social networking fanno l’artificial intelligence in fase embrionale. La formazione dei trend (i meme) nei social media somiglia notevolmente alla formazione del pensiero umano dove ciascun neurone/persona è un nodo autonomo, riceve un input, e a sua volta spara un impulso in n direzioni. Il tutto accade secono criteri noti solo al singolo neurone/persona, criteri che possono sembrare casuali, ma che hanno un senso preciso e formano dei pattern replicabili – in un caso tale pattern sono chiamati trend, nell’altro caso: pensieri. Possiamo sfruttare queste reti per una specie di calcolo neuronale vivente? Sarebbe bello lavorarci.
Intraprendere Blog Network intervista Davide Orlando sulla sua startup Togunà Interactive

Ci descrivi l’idea sulla quale hai basato la tua Startup?
L’idea di partenza credo rispecchi la definizione tipica, ma forse non così scontata, di innovazione: applicare una tecnologia già esistente in un contesto nuovo.
Nel nostro caso si tratta di utilizzare i dispositivi mobili di ultima generazione per poter interagire con i contenuti multimediali preparati ad esempio per una mostra d’arte. In sostanza una videoguida, l’evoluzione della classica audioguida.
Descrivici cosa fa oggi la tua azienda, cosa propone e a quale target si rivolge.
Abbiamo realizzato la piattaforma i-muse, un software che funge da videoguida ovunque ci sia una storia da raccontare relativa ad un oggetto o ambiente: musei, gallerie d’arte, parchi archeologici, naturalistici, botanici o centri storici.
Come hai costruito il tuo team e da quali competenze è composto?
Dato che l’avventura imprenditoriale è partita dall’idea di un sistema di videoguida, ho coinvolto persone che avessero competenze specifiche e complementari.
Oltre a me, che mi occupo dello sviluppo del software, il team è composto da Luca Fadigati per tutto ciò che riguarda la grafica, Guido Panini per le attività di marketing, Paolo Sinigaglia e Samantha Vanossi per la realizzazione dei contenuti multimediali.
Un proverbio africano che si adatta molto bene al nostro caso recita: “se vuoi viaggiare veloce, viaggia da solo. Ma se vuoi andare lontano, viaggia in compagnia.”
Quali cose hanno funzionato bene nel tuo modello di business e quali meno? Ci sono stati dei cambiamenti in corso?
A meno di non possedere una “killer application”, penso che l’adattamento alle esigenze del mercato debba essere costante. Nel nostro caso col tempo abbiamo cercato di rendere il modello di business più flessibile: da un lato abbiamo le competenze interne per poter offrire i-muse con un servizio chiavi in mano fornendo hardware, software e contenuti; dall’altro possiamo concedere in licenza il solo software in modo tale che sia il licenziatario a fornire il servizio ai suoi clienti.

Davide Orlando
Una cosa che mi sono sempre chiesto è questa: ma si riesce davvero a fare rete fra le startup e con altre aziende in rete? O si sviluppano dei meccanismi di competizione?
Dipende sempre dalle persone con cui si ha a che fare, ma in genere trovo sia difficile fare rete tra startup dato che ognuna è, o ritiene di esserlo, talmente impegnata nella propria attività da considerare dispendioso fare progetti con altre realtà in partenza. Si pensa sia meglio lavorare subito per clienti importanti, il che non è certo sbagliato, ma così facendo si sottovaluta il potenziale delle collaborazioni con altre startup, che operano magari nella stessa città. In questo senso un fattore di coesione e coordinazione può venire senz’altro dallo staff senior più in gamba degli incubatori d’impresa.
Pensi che il tuo progetto abbia abbastanza sostanza per competere sui mercati internazionali? Quali sono i tuoi maggiori concorrenti oggi?
L’idea di partenza era di creare una videoguida che fosse competitiva nei confronti della concorrenza sia nel nostro Paese che all’estero. I maggiori produttori di audioguide hanno fatto o stanno facendo sistemi che includono il video, ma da quanto abbiamo visto finora nessuna soluzione utilizza un approccio alla visita interattivo come il nostro: usare i-muse è un po’ come giocare a un videogioco, fermo restando che l’attenzione del visitatore deve rimanere sull’oggetto esposto, non sullo schermo. Usabilità, interattività, format dei contenuti ed efficienza dell’applicazione sono i punti di forza che contraddistinguono i-muse e che speriamo di mantenere con l’innovazione continua.
Ci parli delle tue risorse di partenza? Sono entrati degli investitori? Parlaci dei contatti avuti con Business Angels e Venture Capital.
Siamo partiti grazie al Premio Speciale della Camera di Commercio di Como alla Start Cup Milano-Lombardia nel 2006 che ci ha garantito l’incubazione presso la sede di Como del Politecnico di Milano. Abbiamo proseguito con le nostre risorse insieme ad altri bandi e concorsi sia regionali che nazionali a supporto delle nuove imprese innovative. Parallelamente abbiamo sviluppato la nostra tecnologia, acquisito i primi clienti, e da poco abbiamo cominciato a relazionarci col capitale di rischio, finora con risultati troppo frammentari per poter arrivare a delle conclusioni.
Errori che hai commesso nella prima fase della tua startup.
Da un punto di vista di organizzazione interna, più che un errore un male necessario: lavorare a distanza, coi membri del team impegnati nelle proprie attività quotidiane. E’ un fattore che fa mancare quello spirito di gruppo che si crea solamente quando si lavora fianco a fianco e incrementa il rischio di incomprensioni, specialmente quando si utilizza principalmente la posta elettronica per le comunicazioni interne. Avere un lavoro fisso e fare startup non sono attività che si sposano bene.
Inoltre, il non sviluppare fin da subito la parte commerciale è un qualcosa che cercherei di non ripetere.
Quali altre startup guardi con ammirazione e un pizzico di invidia (bonaria) per le potenzialità che ci intravedi?
Senz’altro quelle in cui ci sono persone che stimo. Skebby di Davide Marrone, che è riuscito ad attrarre l’attenzione di due business angels italiani, e Waymedia di Francesco Baschieri che è cresciuta da sola fino all’internazionalizzazione. Ce ne sono altre, tutte con qualcosa da cui imparare, soprattutto tra quelle incubate all’Acceleratore d’Impresa del Politecnico di Milano, ma in queste due sento la figura dell’imprenditore molto affine alla mia.
Ipotesi: vendi ad un grosso marchio la tua azienda. In quale settore lanci la tua prossima startup? Lancia delle buone dritte per i nostri lettori.
Magari per altri mercati di riferimento, come la moda o la ristorazione, ma sempre focalizzato sul software per dispositivi mobili. Il mobile è uno dei pochi settori in continua crescita anche in tempo di crisi e dove servono competenze molto specifiche per realizzare applicazioni veramente usabili.
Intraprendere Blog Network intervista Chiara De Caro ideatrice della startup Pickwicki

Da dove arriva Chiara De Caro e qual’è la molla che le fa scattare l’idea di Pickwicki?
Velocemente: sono cresciuta tra l’Italia e gli USA, dove mio padre lavorava. Mi sono laureata in scienze economiche e statistiche all’università Bocconi. Ho lavorato a un progetto di innovazione tecnologica delle PMI in Vietnam, con le Nazioni Unite (UNIDO – sede di Hanoi), ho collaborato e collaboro tutt’ora a progetti internazionali di ricerca con riferimento alla comunicazione scientifica a supporto del Ministero dell’Ambiente e di istituti di ricerca italiani.
Pickwicki prende spunto da un’iniziativa amatoriale di una piccola associazione culturale maceratese, un sito statico in cui era possibile creare delle liste dei desideri su libri e musica: una semplice registrazione e un semplice elenco di informazioni. Da qui, l’idea di creare una community 2.0, basata sull’interazione degli utenti, sulla condivisione di una passione, quella per la lettura.
Descrivi in breve la tua startup Pickwicki, cosa la differenzia da Anobii o da altre realtà simili presenti in rete.
Pickwicki è un social network dedicato ai lettori, alle librerie indipendenti e agli editori. Online gli utenti hanno la possibilità di parlare dei propri libri preferiti, di lasciare commenti e recensioni, di conoscere persone con gusti simili e di confrontarsi, di reperire informazioni e scoprire le librerie del network, con cui possono interagire. Da poco, possono inserire anche dei video. Dall’altro lato librerie e editori vengono messi in contatto diretto con i lettori in una dimensione, quella della Rete, a loro non molto familiare.
L’idea era quella di riuscire a creare un forte legame tra i lettori che, come sappiamo, utilizzano Internet per reperire informazioni prima dell’acquisto e le librerie indipendenti che stanno oggi vivendo un momento di profonda crisi (vuoi le catene, la grande distribuzione, gli accordi per la distribuzione, etc).
Lo scopo di pickwicki è sempre stato avvicinare due mondi solo apparentemente lontani, quello di Internet e dei libri. E al contempo offrire alle librerie e agli editori una serie di servizi.
La principale caratteristica dunque della community è il forte legame con la dimensione reale.
Nel tuo progetto di business plan da dove Pickwicki doveva tirar fuori i ricavi. Ora , a quasi un anno dal lancio e dopo aver toccato con mano il mercato (e le sue difficoltà reali), da quale parte pensi che Pickwicki tirerà fuori il proprio business?
Il modello di business iniziale si basava sulla pubblicità, sui servizi alle librerie e agli editori e sulla prenotazione e vendita con consegna dei libri attraverso il network di librerie.
A distanza di un anno ovviamente abbiamo dovuto aggiustare il tiro!
I servizi offerti alle librerie, nonostante siano stati disegnati e costruiti con l’aiuto di alcune importanti realtà del settore, e la vendita attraverso il network sono venuti meno.
La maggior parte delle librerie indipendenti italiane è molto lontana dalla Rete: Internet viene spesso interpretata come un nemico e le potenzialità del web partecipativo non vengono comprese. Vuoi da un lato un gap generazionale sensibile vuoi dall’altro la mancanza di informazioni: a volte, noi che lavoriamo in questo mondo, non ci accorgiamo di quante poche persone in realtà conoscano veramente il Web!
Oggi volgiamo lo sguardo altrove. Sicuramente alla vendita online. E stiamo anche vagliando delle possibili affiliazioni con importanti realtà del settore.

E’ difficile in Italia creare una community?Dai dei consigli per creare una community vasta e partecipativa.
Se il prodotto offerto (la community) risponde a un desiderio, un bisogno dell’utente allora non è difficile creare una community vasta e partecipativa.
È però ridicolo sperare in un coinvolgimento à la facebook!
Quali sono i grandi problemi che affossano i libri e la lettura in Italia?
Non parlerei di affossamento in senso stretto: i dati parlano di volumi di vendita sostanzialmente stabili negli ultimi anni. Però è vero che sono cambiate (e molto) le abitudini dei lettori: ci si aspetta di trovare libri in punti vendita che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati insoliti: le edicole, i centri commerciali, i supermercati. È vero che in Italia si legge mediamente poco, ma ci sono nicchie che leggono sempre di più. Direi che, se di problema si può parlare, il problema è la gestione del cambiamento delle abitudini dei lettori: il mercato editoriale non sempre ha saputo adeguarsi. Ma mi sembra che ci siano anche molti segnali positivi.
Scoglio della pubblicità on line. Raccolta autonoma? Adsense di Google? Concessionaria esterna?
Adsense, da subito. Raccolta autonoma in una prima fase e concessionaria esterna immediatamente dopo.
Se ti dico venture capital e business angels cosa ti viene in mente? Raccontaci gioie e dolori dei tuoi incontri con i finanziatori.
In questo anno di attività non ho mai cercato VC e BA, nonostante abbia avuto svariati incontri sia con gli uni che con gli altri. Pickwicki non è la tipologia di attività che può destare l’attenzione di un VC. Per i BA il discorso è differente: un business angel può aiutarti a superare alcune difficoltà, non esclusivamente economiche. E nel caso di una start-up, questo aiuto è estremamente prezioso.
Partecipazioni alle fiere tradizionali o incontri nei Barcamp? In quali luoghi è possibile, secondo te, creare partnership concrete e vere occasioni di business?
Fiere, barcamp, meeting, pranzi, cene, incontri con gli amici… ogni occasione può portare a delle partnership!
La startup che avresti voluto lanciare, esempi in Italia e all’estero.
In Italia, due spaghi. Senza ombra di dubbio! E poi ho una passione smodata per flickr!
Se dovessi lanciare un’altra startup in quali settore ti piacerebbe entrare e quali insegnamenti ti ha dato Pickwicki?
Rimarrei sicuramente nel web. Pickwicki è stata e tutt’ora è una importante esperienza. La definisco spesso la mia palestra! Ho imparato tantissimo, soprattutto dai miei errori. Ho imparato che si può sbagliare, che è normale, naturale e sano. Ma che ripetere gli stessi errori è la cosa peggiore che si possa fare!
