February 5, 2012

Sportilia: intervista a Nicola Biffi

 

Abbiamo incontrato Nicola Biffi e gli abbiamo chiesto di parlarci della sua startup: Sportila.com.

 

Ci riassumi in poche righe chi sei e il tuo percorso professionale prima del lancio della tua startup Sportilia?

Mi chiamo Nicola Biffi, laureato all’EMIT (Economics and Management of Innovation and Technology) in Bocconi, chitarrista, maestro di sci ma soprattutto grande sostenitore delle nuove tecnologie e della loro capacità di migliorare il nostro stile di vita. Attualmente CEO di uSport, la società che sviluppa ogni giorno il progetto Sportilia.

 

Cosa è e quale problema risolve la tua startup?

Sportilia migliora la propria esperienza sportiva grazie a Sportilia.com

La community Sportilia.com permette di trovare le partite in zona, di organizzarne di nuove e di creare un vero e proprio profilo sportivo personale. La possibilità di partecipare a classifiche, di votare gli altri giocatori, ma soprattutto di assegnare awards e commenti rende l’esperienza ancora più social e divertente. Per ora è un social network dedicato al calcio, in futuro è previsto di accogliere anche gli appassionati di altri sport.

Sportilia REC è un sistema di video recording real time su supporto USB direttamente installato a bordo campo che permette di soddisfare diverse necessità: da quelle più tecniche degli allenatori come il raccogliere materiale video per l’analisi tattica della propria squadra, a quelle più narcisistiche di poter postare sul proprio profilo Facebook l’azione in cui si segna in rovesciata.

 

Qual è il modello di business di Sportilia?

Il nostro cliente è il centro sportivo. La vendita dei sistemi Sportilia REC è il primo canale di revenues, segue la vendita di gestionali (chiamati Sportilia MANAGER) che permettono di semplificare e migliorare la gestione del centro e di ogni genere di competizione (dal piccolo torneo di 8 squadre al campionato nazionale, come nel caso della serie bwin cup, di cui siamo partner tecnici)

Chi sono i tuoi competitor e cosa ha in più la tua soluzione per poter competere nel settore?

Sportilia REC non ha competitor diretti, mentre di community dedicate al calcio ce ne sono molte, soprattutto in Italia. Credo che i più di 39 mila giocatori iscritti ci preferiscano ad altri siti per diversi fattori: dalla presenza degli awards e dei grafici “PES style”, alle classifiche più approfondite di ogni altro, ma soprattutto per la possibilità di avere sconti esclusivi in numerosi centri sportivi che gestiscono con noi le loro disponibilità.

 

in quale settore si muove Sportilia e quali occasioni ritieni ci siano da cogliere?

Lavoriamo nel settore dello sport, ed in particolare in quello dell’impiantistica sportiva. Si tratta di un mercato molto particolare: dal lato della domanda (chi pratica sport) c’è una grande attenzione alle nuove tecnologie e al web, basti considerare l’altissimo numero di blog e forum sportivi, mentre dalla parte dell’offerta i gestori dei centri sportivi sono solitamente poco attenti all’innovazione, in particolare connessa ad internet. Questo gap crea innumerevoli possibilità di business: una community che permetta ai giocatori di organizzare partite, un software per migliorare la gestione ed un sistema di telecamere installate direttamente sui campi sono le idee che abbiamo sviluppato noi, ma ce ne sono sicuramente molte altre.

 

 

 

Chi sono i tuoi soci in questa impresa? 

Durante i miei studi mi han sempre detto che è più importante avere un team di primissimo livello e una buona idea piuttosto che avere tra le mani un progetto rivoluzionario sviluppato da collaboratori mediocri. Son pienamente d’accordo: lavoro ogni giorno con persone competenti e motivate che han permesso a Sportilia di raccogliere in questi pochi mesi importanti risultati. Ve li presento molto volentieri uno ad uno:

Stefano Baccianella: dall’alto del suo dottorato di ricerca e la sua laurea in informatica all’università di Pisa guida il reparto tecnico con grande dedizione.

Gianpaolo Di Nino: Sportilia Manager è nato e cresciuto grazie ai suoi codici, i complimenti che ci riservano i gestori dei centri sportivi vanno attribuiti tutti a lui.

Lorenzo Marcon: segue lo sviluppo di Sportilia.com. Il suo lavoro è ogni giorno sotto gli occhi di migliaia di giocatori, non si può permettere il minimo errore, ma fortunatamente la sua attenzione ai dettagli ci fa dormire sonni tranquilli
Davide Ortona: se dovessi dare un nome alla community, la chiamerei Davide. Conosce tutti quanti, organizza insieme ai giocatori partite, tornei e addirittura campionati.
Paola Piatti: è la nostra immagine. Se Sportilia.com ogni giorno diventa sempre più bello ed usabile e solo e soltanto merito suo.
Marco Rossi: ama excel. È difficile da concepire ma il mondo è bello perché è vario. Da lui passano i Marketing plan, i modelli su cui si basa il nostro business model e tutta la comunicazione.
Alessandro Tortorici: il migliore amico di tutti i gestori dei centri sportivi. È lui l’anima commerciale di Sportilia.

 

Quali risorse ti sono servite per far partire il progetto?

Il più grande investimento è stato sicuramente il decidere di lavorare per un anno full time gratuitamente sul progetto. Condividere il mio appartamento per poter lavorare tutti insieme prima di poter permetterci un ufficio ha permesso di ridurre i costi all’osso, tanto da farci bastare il conferimento iniziale per poter arrivare al primo fund raising con l’ingresso di importanti Business Angels

 

Di quali risorse avresti bisogno per portare a regime Sportilia?

Secondo quanto previsto dal nostro Business Plan potrebbero bastare 200k per poter eliminare ogni problema di liquidità. Ci sono comunque valori scalabili, quali marketing e personale, che permetterebbero una crescita più rapida e un rischio operativo dell’iniziativa ridotto in caso di investimenti più importanti.

 

 

 

A quali Angel o Venture Capital ti sei rivolto e con quali risultati?

Dopo il mio pitch al Working Capital di Roma nel 2010 (in cui presentavo DoveGiocare.it, uno dei “padri” di Sportilia) ho ricevuto diverse chiamate ed email da Angel e VC. Ho dialogato con molti di loro, molti interessati al progetto e mi son seduto a discutere riguardo ai term sheet con una dozzina tra Angels e VC. Mi son sempre fermato durante la stesura dei diritti di veto che volevano imporci e l’inserimento di ulteriori clausole “tutte italiane” (nel senso che dei documenti standard internazionali raramente si vedevano). Infine ho trovato un pool di Angel di primissimo livello (Partner McKinsey, Director PwC, AD Cerved, AD ESCP) che, oltre alla liquidità necessaria, hanno apportato competenza, capacità, network fondamentali per la nostra attività.

 

Da qui a 3 anni cosa potrebbe diventare la tua startup e che numeri e fatturati potrebbe sviluppare.

Le variabili in gioco sono innumerevoli, ma da buon CEO ho creato un business plan a 3 anni che continuamente aggiorno. Il fatturato previsto sarà di 1,7 milioni di euro con una community che avrà superato 500.000 iscritti. Saremo presenti su più sport e avremo ormai internazionalizzato da un anno. Fra tre anni vedremo insieme quanto ci sono andato vicino.

 

Indicaci le tue fonti di informazione sul mondo delle startup e dell’impresa in modo da condividerle con i lettori.

La maggior parte delle informazioni le raccolgo dal mio network personale. Mi piace comunque partecipare a gruppi facebook dedicati (Italian Startup Scene tra gli altri) o leggere news e interviste su siti come startupper.it e www.startupblognetwork.it.

 

Startup italiane sulle quali investiresti oggi o che segui con sana invidia

Ce ne sono molte che propongono progetti molto interessanti. Te ne voglio citare due: Tiwi, che con Beautiful Lab sono ormai di casa a Sky e Xplored, che è stata tra le prime a capire quanto possa essere importante l’advertising legato alle app mobile ludiche. Sia Nicola di Tiwi che Davide di Xplored li conosco personalmente e so quanto si divertono a portare avanti il loro lavoro. Credo che questo sia fantastico.

 

Settori (oltre al tuo) da tenere in considerazione in futuro e dove ti piacerebbe muoverti per una eventuale tua prossima startup

Mi divertirebbe cimentarmi nella ricerca di forme nuove ed originali di advertising. Siamo arrivati alla saturazione: siamo bombardati di messaggi pubblicitari in ogni momento della giornata. Ora la sfida è capire come differenziarsi, come colpire l’attenzione del cliente senza essere invasivo.

 

Elenca un po’ di cose di getto su cosa hai imparato facendo la tua startup e che vuoi condividere con i lettori

 

Ci sarebbero infiniti consigli da dare raccolti dalla mia esperienza e dai miei errori, mi limiterò a quelli che reputo i tre principali, già sentiti, ma proprio per questo da tenere sempre a mente:

1) Focalizzatevi sulle unfulfilled need, non innamoratevi del proprio progetto ma cercate sempre e comunque di capire cosa vuole realmente il mercato.

2) Quando vi lanciate in un progetto, create un team che copra le principali competenze. L’outsourcing può essere un’opportunità se gestita da qualcuno interno al team competente sul tema, altrimenti i problemi saranno dietro l’angolo.

3) Condividete la vostra idea con più gente possibile, discuterne vi permetterà di capire quanto è realmente sostenibile il vostro progetto e come si può affinare. Non credete che la gente sia pronta a rubarvi l’idea, pure geniale che sia, e se proprio non vi fidate, esistono gli nda.

Simplicissimus Book Farm: intervista ad Antonio Tombolini

 

Ho conosciuto Antonio Tombolini più di 10 anni fa durante la realizzazione di Internet si Ricomincia, un libro di interviste alle startup che rinascevano dopo la bolla di internet del 2001. La sua startup, Esperya.com, era (dalle sue parole) “una bottega online di cose buone da mangiare e da bere, difficili da trovare“. Poi nella società entrò il Gruppo L’Espresso e da lì un lento declino. Un vero peccato, chissà cosa potrebbe essere oggi Esperya…

Tombolini ci parla della sua nuova azienda Simplicissimus Book Farm, lanciata oramai da diversi anni, che opera nel settore dell’editoria digitale e ci dice la sua su questo promettente settore.

 

 

Ciao Antonio, per i pochi che bazzicano il web e non ti conoscono, ci riassumi in poche righe chi sei e il tuo percorso professionale prima del lancio di Simplicissimus Book Farm?

Mi chiamo Antonio Tombolini e ho quasi 52 anni. Dirigente d’azienda fino al 1997, anno in cui mi sono innamorato di internet e ho avviato la mia prima startup: Esperya.com, una bottega online di cose buone da mangiare e da bere, difficili da trovare. Ho ceduto l’azienda a Kataweb (Gruppo L’Espresso) nel 2002, che a quel che ne so l’ha poi ceduta (sostanzialmente portandola ahimé alla chiusura) ad un gruppo della grande distribuzione alimentare. Nel 2004 ho iniziato a interessarmi della transizione al digitale dell’editoria, che non era ancora avvenuta, ma visto quello che era successo alla musica e stava succedendo al cinema mi sembrava logico dovesse accadere. Così nel 2006 ho fondato Simplicissimus Book Farm, di cui sono ora amministratore delegato.

 

Cosa fa Simplicissimus Book Farm?

L’editoria, in tutti i suoi segmenti (alcuni prima altri dopo, ma il fenomeno interessa tutti i segmenti dell’editoria) sta iniziando a vivere la travagliata e inevitabile fase del passaggio dalla carta al digitale. Tutti i mestieri dell’editoria vanno reinterpretati e necessitano di nuovi strumenti: se vuoi fare l’autore, l’agente, l’editore, il distributore, il libraio, direi perfino “il lettore” (ovvero l’utente finale) hai bisogno di competenze e di strumenti diversi da quelli che hai usato fino ad oggi, basati sul concetto di prodotto editoriale = prodotto stampato. La nostra azienda offre a tutti gli attori della filiera, a tutti quelli che vogliono giocare un ruolo nel gioco dell’editoria digitale, le migliori competenze e i migliori strumenti di produzione, distribuzione, vendita, fruizione di contenuti digitali editoriali. Competenze e strumenti pronti e disponibili “out of the box”, pronti per l’uso, perché le chance in questo mercato nascente non resteranno lì a lungo.

 

 

Quale modello di business ha Simplicissimus Book Farm?

Pur mantenendo una certa variabilità e flessibilità in relazione ai diversi clienti e ai diversi servizi, il nostro modello di riferimento è il revenue sharing: forniamo un servizio scommettendo sul suo successo insieme al nostro cliente. Se funziona il cliente spende e guadagnamo anche noi. In questo modo abbattiamo qualsiasi barriera all’ingresso nell’editoria digitale, incoraggiando tutti a provare e sperimentare, senza troppe paure.

 

Chi sono sono oggi i vostri principali competitors?

Ci piace, visto quel che ho detto sopra, definirci “enablers”: il nostro obiettivo è fornire a tutti e a ciascuno i migliori strumenti per fare il loro mestiere. Per questo la nostra strategia competitiva (e di competitors in questo mercato ce ne sono un sacco, da quelli globali alla Amazon, Apple, Google, a quelli locali in ogni singolo paese, da noi IBS, lafeltrinelli, ecc…) è una strategia di… non competizione! “Turning competitors into customers”, questo è il nostro motto: trasformare i nostri potenziali competitors in clienti. Amazon ha bisogno di contenuti da vendere per il suo Kindle? Noi gli forniamo il 40% dei titoli italiani disponibili attraverso la nostra piattaforma STEALTH, così come facciamo con tutte le altre librerie online. Feltrinelli ha bisogno di un ebook reader con connettività che consenta a chi lo compra di comprare ebook dallo store Feltrinelli senza dover passare dal pc? Noi forniamo a Feltrinelli la soluzione integrata hardware/software per soddisfare questa esigenza. E così via. Non a caso tutti i principali attori del mercato editoriale globale e nazionale sono ormai nostri clienti o nostri fornitori, e spesso tutte e due le cose.

 

 

Ci descrivi il settore nel quale opera Simplicissimus Book Farm e le occasioni che tu ritieni ci siano da cogliere?

Il settore è quello dell’editoria, e dei suoi segmenti: la lettura da tempo libero (fiction e non-fiction, romanzi e saggistica, per semplificare); i quotidiani e le riviste; i cosiddetti “enhanced books”, i libri “arricchiti” grazie al digitale, con larga importanza assegnata a contenuti non testuali e interattivi; la scuola; la manualistica professionale; la pubblicistica aziendale… Insomma, qualsiasi cosa si sia basata sino ad oggi sulla stampa su carta si trova da un lato a dover fare i conti con la insostenibilità economica e ambientale della filiera della carta; dall’altro a dover sperimentare le opportunità che la transizione al digitale offre.

 

Chi sono i tuoi soci in questa impresa? 

Certo: oltre al sottoscritto si tratta di altre 6 “persone fisiche”, privati investitori ma soprattutto amici, dei quali due, Luca Paravicini e Marco Croella, collaborano direttamente con me nella gestione dell’impresa. Oltre ad essi, dal febbraio 2010, annoveriamo tra i soci il quinto gruppo editoriale italiano per dimensioni, Giunti Editore, che ha acquisito il 20%.

 

 

Quali risorse hai impegnato per partire in questa impresa?

Facile rispondere “tutte quelle disponibili”, sia in termini di tempo che di denaro. Non c’è alternativa a questo. Non credete a chi dice che si può avviare una startup seria, una vera azienda, come se fosse un “dopolavoro”, tenendo il piede in due scarpe. Non funzionerà. Meglio allora non partire affatto, come raccomando a molti, finché non ci si sente sufficientemente tranquilli di volerlo fare sul serio. Al di là di questo, in termini strettamente finanziari, abbiamo complessivamente raccolto 1,2 milioni di € da parte degli attuali soci a partire dal 2006, e stiamo per lanciare un nuovo financing round da 5 milioni di euro finalizzato ad un salto dimensionale e geografico per espandere la nostra offerta su scala globale.
Di quali risorse avresti bisogno per portare a regime la startup?

Un’azienda che opera in un mercato così nuovo ed esso stesso allo stato nascente non è mai propriamente a regime: si tratta di mercati in fortissima crescita, e per coglierne le opportunità occorre tenerne il passo. Questo significa che la raccolta dei fondi necessari non è un evento una tantum, ma un’attitudine permanente che l’imprenditore deve far propria nella gestione aziendale.

 


Nella crescita dell’azienda ti sei rivolto a qualche Business Angel o Venture Capital?

Finora a nessuno, tutti gli investimenti sin qui raccolti sono arrivati attraverso relazioni personali dirette. Il round di raccolta fondi che stiamo avviando, per la sua entità, forse poco si presta ad un approccio “Angel”, ed è già più adatto ad un approccio VC (anche se parliamo ancora di piccole cifre, in quell’ottica). Confesso che stiamo cercando noi stessi di farci un’idea degli interlocutori più adatti, saprò dirne di più tra qualche mese, probabilmente :)

 

Potresti farci una previsione di crescita da qui a 3 anni e che fatturati potrebbe sviluppare la tua azienda?

Non mi piace l’abuso dell’espressione “vogliamo diventare leader…” che sa di retorica trita e ritrita. Vogliamo che quello che sappiamo fare, e che riteniamo di fare bene come finora il mercato sta dimostrando, possa raggiungere nuovi mercati e conquistarsi nuovi clienti in misura molto significativa. Tradotto in numeri pensiamo di poter realisticamente puntare, facendo leva sui tassi di crescita del mercato e sulla internazionalizzazione della nostra offerta, ad un fatturato di 100-150 milioni di Euro entro il 2015.

 

Ci puoi indicare le tue fonti di informazione sul mondo delle startup e dell’impresa?

Darne il dettaglio mi richiederebbe troppo tempo. Si tratta soprattutto di blog di imprenditori e di investitori, la rete ne è piena e molti sono di gran valore. Per essere meno evasivo suggerirei a chi vuole di seguirmi via Twitter @tombolini, perché è da lì che condivido tutti i link che ritengo più significativi.

 


Quali sono le startup italiane sulle quali investiresti oggi o che segui con sana invidia?

Di invidia non sono capace: la vita mi ha insegnato a gioire per i successi di quelli che stimo, come e più che se fossero miei successi. Oggi investirei su Clipperz.com, un’applicazione per la gestione password che mi ha salvato la vita più di una volta, e di cui ho voluto conoscere i fondatori: Marco Barulli e Giulio Cesare Solaroli. Al di là di come l’applicazione funziona oggi (e funziona alla grande!) ho ascoltato i loro progetti di sviluppo e ne sono molto molto interessato.

 

Settori (oltre al tuo) da tenere in considerazione in futuro e dove ti piacerebbe muoverti per una eventuale tua prossima startup.

Ce ne sono due, spero che dicendoli così in pubblico non me li rubino prima che possa metterci le mani io ;)
Il primo è un mio vecchio amore: il vino. Ci sono ormai tanti produttori che vendono il loro vino online. Ma l’appassionato non vuole comprare sempre lo stesso vino, sempre dallo stesso produttore. L’appassionato è curioso, vuole provare questo e quello, vuole conoscere le storie dei produttori, dei vini, dei loro territori, vuole fare scoperte che vanno al di là delle guide ufficiali. Insomma, quello che manca è una vera enoteca online, ben fornita, ben fatta, e animata da un vero appassionato capace di fare ricerca per cantine e per produttori, e di raccontarne le storie e i prodotti come si deve. C’è una wine-community in rete che non aspetta altro. Se la cosa interessasse qualche investitore, mi mandi una mail :)

Il secondo settore è quello della bicicletta: ci sono ormai molti fattori, che non sto qui ad elencare, che vanno tutti nella direzione di un forte rilancio di questo veicolo antico ma allo stesso tempo formidabile e modernissimo. E in diversi settori: da quelli più scontati del tempo libero e dello sport, a quelli da noi meno usuali della vita quotidiana, la bici migliore per andare in ufficio e girare in città per fare la spesa, portare a scuola e riprendere i bambini, o quella “da carico” per gestire i trasporti nei centri storici ecc…
E’ pensando a questo che col mio amico Marco Barulli (che ho conosciuto per Clipperz.com, vedi sopra) ho intanto avviato un sito, Ciclourbano.it, per cominciare a osservare il fenomeno. Un sito che – chissà – magari un giorno diventerà un’impresa…
Ci puoi elencare po’ di cose di getto su cosa hai imparato facendo la tue startup?

Non sono bravo nel compilare decaloghi. So che sono di moda e attirano molto, ma non ci riesco, mi dispiace :)

 

 

Simplicissimus Book Farm in cifre

Data di ideazione: 2004-2005

Data di lancio: 2006

Soci:  80% fondatore e privati investitori; 20% Giunti Editore

Visite al sito:

80mila susimplicissimus.it,

140mila su ultimabooks.it,

70mila su sbfnarcissus.com,

quindi complessivamente 290mila unici.

A questi andrebbero aggiunti gli utenti delle app iOS (ultima kiosk e altre).

Dove è ubicata: Sede legale e ufficio commerciale a Milano; sede operativa a Loreto (AN)

Dipendenti: 13

Fatturati: Ecco quelli relativi alla “fase 2″ della startup (nella fase 1 abbiamo venduto hardware per finanziare gli investimenti sulla programmazione e costruzione dei servizi, che abbiamo cominciato a vendere nella fase 2, la “vera” startup, a partire dal 2009):

2009: 80mila euro;

2010: 400mila euro;

2011: 900mila euro.

Stimati 2012: 2,5 milioni euro.

Gianluca Dettori Intervistato da MarketingTube

Vi segnaliamo una interessante intervista a Gianluca Dettori Intervista a MarketingTube sull’innovazione.

Cosa è MarketingTube
MARKETINGTUBE.TV (www.marketingtube.tv ) è una piattaforma online di condivisione di
riflessioni intorno ai temi del marketing e dell’innovazione. È un progetto culturale ideato,
promosso e supportato da Jakala Group*, dedicato a imprenditori, manager, professionisti e
studenti
I contributi proposti hanno la forma di brevi (5’) video interviste ad autorevoli esponenti dello
scenario imprenditoriale, manageriale, accademico italiano e internazionale. Tra gli altri:
- Diego Visconti: Chairman Worldwide di Accenture
- Giglio del Borgo: ex AD AMEX
- Michele de Lucchi: architetto e designer
- Riccardo Lorenzini e Giampiero Vigorelli: i ben noti pubblicitari
- Luca Rossetto: AD di UPIM
- Alessandro Rosi: AD di Parmacotto
- Sergio Rossi: VP ING Direct
- Luca dal Fabbro: AD E-ON
- Paolo Prota Giurleo: ex AD di Autogrill ora Pres. di Jakala Group
- Francois de Brabant: AD di Between
- Giovanni Ferrario: Dir. Gen Italcementi
..piu’ altri già in agenda.
Il progetto, oggi affidato ad Alberto Bregani, nasce dalla collaborazione con un gruppo di
studenti della Bocconi di Milano, ideato da Alessandro Mattiacci, responsabile sviluppo
strategico di Jakala Group e sviluppato con la consulenza scientifica di Antonella Carù,
Professore straordinario Economia e Gestione delle imprese Università Bocconi, Alberto
Mattiacci, Prof. Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese Università La Sapienza di
Roma.
Nell’ottica di valorizzare il portato culturale dell’iniziativa marketingtube è già partner del MUMM
(Master Universitario di Marketing Management della Sapienza) e sono allo studio accordi con
altre università, centri di alta formazione e case editrici.


Intraprendere Blog Network intervista Tara Kelly e Francesco Sullo, fondatori di PassPack

Qual’è stato il processo che vi ha portato a maturare l’idea di Passpack?

FRANCESCO: Tara ed io lavoravamo da web designer freelance. Quando fai questo lavoro hai a che fare con tanti clienti. E per ognuno di questi devi gestire tanti servizi. Il che significa una marea di utenze e password. Capita spesso che qualcuno ti chiama e devi recuperare al volo le credenziali di accesso ai suoi servizi. Infatti, è capitato così nel marzo 2003 mentre Tara ed io eravammo in viaggio a New York. Fu allora che pensai che se ci fosse stato un password manager accessibile online, sarebbe stato tutto più facile.

Feci una ricerca e non ce n’erano. Così pensai che potevo farmelo da solo. Ma era difficile fidarsi del provider. Ci voleva una tecnologia che mi mettesse al riparo da rischi. Si parlava di password, mica niente.

Fu solo nel 2006 che mi venne l’idea di come fare. Così ne parlai prima con Tara. Poi con altri amici. La cosa che mi stupì fu che dopo il primo momento di scetticismo tutti mi dissero che se però lo facevo, loro lo avrebbero utilizzato, se glielo avessi permesso. Mi resi conto che c’era una richiesta per quel tipo di prodotto. Da lì a pensare di lanciarlo come servizio la strada fu breve.

Solo dopo scoprii che qualcuno aveva dato un nome all’approccio che avevo immaginato e che quel nome era Host-proof Hosting.

Secondo voi quali saranno i fattori che faranno esplodere la vostra idea?

FRANCESCO: Io sono convinto che lo sharing dei dati (introdotto con Passpack 7) sarà la chiave di volta che ci farà fare il salto di qualità.

TARA: Sì, senza alcun dubbio le features per i work group. Stiamo lavorando per questo momento da molto tempo.

 

Su quali killer application state puntando?

FRANCESCO: immagina di essere il responsabile IT di una piccola azienda. Immagina di condividere con ogni dipendente le password che questi utilizzano per accedere ai diversi servizi. Immagina che se scade una password tu la puoi cambiare e l’altro neanche ha bisogno di saperlo. L’altro va sul sito, clicca il suo bottone e fa l’autologin. Pensa al risparmio di tempo e di spese di help-desk (e spesso l’help-desk sei tu!) per resettare tutte le password perse. Pensa al guadagno in fatto di sicurezza.

TARA: Con il prossimo rilascio, ciò sarà possibile con Passpack. E’ un bisogno che hanno tutte le PMI a livello globale. Ci sono 25 milioni di PMI solo negli USA, e ciascuna deve gestire 100 e più password – fa come minimo 25 miliardi di password che ora come ora, non sono gestite. Passpack va a coprire questo vuoto nel mercato.

Questa domanda è doverosa per tutte le startup, quali finanziamenti di partenza e quali risorse sono arrivate in seguito alla messa on line del progetto?

FRANCESCO: Passpack vide la luce il 12 dicembre del 2006. L’innovazione attira la curiosità della blogosfera ed avemmo subito visibilità. Continuammo a sviluppare e comunicare per circa sei mesi. Poi capimmo che Passpack stava crescendo troppo velocemente per le nostre finanze e dovevamo trovare qualcuno che ci desse una mano. Abbiamo cercato sia in Italia, che a Londra e negli USA.

TARA: Se non hai mai sentito parlare di venture capital e devi cercarne, non sai veramente da dove partire. Così ci mettemmo a studiare, inserirci nel network e stendere il business plan. Il fundraising di per se è dispendioso di tempo e denaro. Così, prima di arrivare al nostro round ufficiale con gli angels, abbiamo prima fatto una piccola raccolta fondi fra amici e colleghi. Questo è il famigerato “Friends and family round”. A maggio 2008 abbiamo finalmente chiuso il “seed round” con Zernike Meta Ventures e vari membri di Italian Angels for Growth.

 

Ci raccontate delle vostre esperienze o contatti con Business Angels e Venture Capital?

TARA: Ci vogliono contatti. Fortunatamente, se i contatti non li hai, li puoi creare. E’ il famoso networking – vai ad eventi, ti iscrivi ad un gruppo online, e poi (questo sembra per gli italiani un passo spaventoso) devi parlare della tua idea a tutti quelli che incontri. I network si creano solo con la condivisione, non con il protezionismo.

L’investitore non è contro di te, non è un ostacolo che devi superare. Non c’è da lamentarsi che non ti capiscono. Se sarai aperto con loro, ti daranno un feedback preziosissimo. E’ nel loro interesse farlo. Fa parte del buon kharma che uno si deve creare all’interno di un network.

 

La vostra idea ha i numeri giusti per puntare ai mercati internazionali? Lo state già facendo? E con quali risultati?

TARA: Si è iscritto qualche giorno fa il sessantamillesimo utente. Ma su Internet è una goccia. Dimostra tuttavia che un mercato esiste e che con opportune mosse di marketing puoi certamente scalare e raggiungere i numeri che i grandi venture vogliono sentire.

Per essere internazionale, Passpack lo è di natura: è online ed è in inglese. Circa la metà dei nostri utenti sono del Nord America, e l’altra metà sparsa per il mondo. Adesso che abbiamo gettato le basi e la tecnologia è quasi completa, possiamo concentrarci sull’espansione.

 

Cosa è stato cambiato in fase di realizzazione, se è successo, rispetto al vostro business plan originale?

TARA: Il nostro Business Plan voleva come target il mondo consumer/prosumer/micro azienda. Ma ora, con un’anno di dati alla mano, è chiaro che bisogna spostare le lancette verso aziende, anche un poco più grandi, riducendo l’attenzione al mondo consumer. I consumer spendono poco e non vogliono gestire le password, vogliono ignorarle – esigenza ben diversa.

FRANCESCO: E’ una battuta nota nella Valley che il business plan il giorno dopo l’investimento si butta dalla finestra. Poi in base alla risposta del mercato, se ne fa un altro. E’ una linea guida, non un contratto a vita. Essere troppo rigidi è dannoso per l’azienda.

Faccio un’esempio. Nel nostro caso, abbiamo previsto una certa crescita, con relativo aumento di personale. Beh, la crescita era minore dell’atteso (proprio per il posizionamento sul mercato troppo consumer che diceva Tara). Ma invece di rallentare anche la crescita delle sedi e dello staff, ci siamo lasciati sopraffare da una forte spinta al rispetto del piano. E’ stato un errore, e abbiamo bruciato risorse inutilmente. Però, dagli errori si impara.

Voi fate concretamente rete con altre startup? Quali difficoltà ci sono a fare questo? Cosa si potrebbe migliorare?

FRANCESCO: La blogosfera italiana parla continuamente di social networks e cose del genere, ma poi nei fatti viviamo in un ambiente chiuso, dove collaborare è veramente difficile. E’ molto più facile stringere accordi e alleanze con aziende e servizi stranieri.

L’anno scorso siamo stati selezionati per il WebWare 100. Su 300 startup finaliste, ce n’erano solo 21 europee e fra queste Passpack era l’unica italiana. La giuria, per capirci, ci ha messo insieme a Amazon S3 o Yahoo Briefcase. Ne eravamo felicissimi. Ma i vincitori li decide il voto online. E lì ci servivano i numeri. I giapponesi, così come i francesi e gli indiani hanno fatto blocco intorno alla loro startup finalista. In Italia ci hanno ignorato quasi tutti. Senza capire che se noi avessimo vinto, l’Italia avrebbe guadagnato credibilità e anche altri avrebbero raccolto qualcosa. Non parlo di giornali, che quelli si sa che stanno sempre a lamentare il fatto che in Italia non si crea ma poi quando crei qualcosa non gliene frega nulla, parlo di blog, di altre startup, di gente che dice di voler creare ecosistemi nuovi.

TARA: E’ vero, la blogosfera Italiana tende ad ignorarci. Non proprio del tutto, ma non abbiamo certo una forte presenza. Il fatto è che le password non sono sexy, tutto qui. Tuttavia, cerco di contribuire al discorso “facciamo startup in Italia”. Scrivo di tanto in tanto degli articoli, e volentieri do una mano a neo imprenditori che mi chiedono consiglio.

Credo comunque che il rapporto più stretto con un’altra startup che abbiamo sia quello con Fhoster. Condividiamo un’ufficio a Roma. Quel rapporto ci tiene su il morale, scambiamo informazioni sui VC, gli Angel, i mercati… impariamo l’uno dall’altro. Si capisce come un raggruppamento di migliaia di startup come in Silicon Valley abbia una potenza di crescita pazzesca – la vicinanza fisica non è da sottovalutare.

In quali luoghi (fiere, eventi, barcamp o altro) siete riusciti a comunicare e a stringere maggiori sinergie per la vostra idea?

TARA: Al primo bar camp a cui ho participato ho incontrato delle donne che sono poi diventate le famose “Girl Geek”. Tutt’oggi quei contatti mi aprono delle porte, e cerco di aprirne per loro a mia volta. Dall’incontro con Bruce Perens sono nate delle relazioni molto apprezzate. Nei vari Barcamp, ho incontrato persone che sono poi diventate nostri fornitori. Contatti provenienti da un evento alla Luiss tempo addietro hanno dato luogo al nostro primo investimento. E più recentemente abbiamo participato come finalisti a Mind the Bridge da cui sono nate nuove sinergie con le altre startup finaliste. Tutto dipende, secondo me, da quanto uno è predisposto a “fare network”. Devi dare per ricevere.

Quale realtà di successo avreste voluto ideare voi?

FRANCESCO: Nel 1994 ero direttore editoriale dell’allora Diemme Editori, adesso Master Editrice. Trovavo inutilizzabili i vari Lycos, Altavista, Hotbot… Parlandone con l’editore gli dissi che secondo me ci voleva un motore che tenesse conto del valore dei risultati. Lui mi guardo e mi chiese: “già, e come si fa?” Io gli risposi: “be’, se ti linkano in altri posti vuol dire che qualcosa vali: perché non facciamo un bel motore che da un voto ad ogni sito?” Lui si fece una risata ironica e chiudemmo la conversazione. Non dico che saremmo riusciti a fare Google, ma l’idea di fondo era la stessa di Page e Brin. Magari se mi fossi trovato da un’altra parte, chissà.

TARA: Ah, questo mi è nuovo [ride]. Francesco è l’idea man. Io mi diverto a portare quelle sue idee al mondo. Per ora è Passpack, ma potrebbe essere mille cose che si inventa ogni giorno.

Avete dei suggerimenti per i nostri lettori riguardo a settori fertili da voi intravisti? Settori dove oggi si possono costruire buone realtà imprenditoriali?

FRANCESCO: Be’, dappertutto c’è di che fare. Prendi Twitter e guarda quanta roba c’è intorno. E quanta continua a venirne fuori. Basta usare i servizi attivamente e quando pensi che ti ci vorrebbe una cosa che faccia questa certa cosa qui, hai trovato il bisogno da soddisfare. E puoi partire.

Se invece non vuoi inventare molto, allora puoi sempre “importare”. Hai presente Splinder? Ha preso l’idea di Blogger e l’ha tradotta in italiano. Io credo che questo funzioni sempre. Se stai con le orecchie aperte e appena vedi qualcosa di nuovo ne fai una versione in italiano, prima che l’originale arrivi ad essere tradotto, ti sei ritagliato la tua nicchia di mercato. Questo perché gli italiani soffrono l’inglese.

Da parte mia, se dovessi ripartire adesso con un nuovo progetto, punterei a creare il successore del successore di Second Life.

TARA: Secondo me crowdsourcing più social networking fanno l’artificial intelligence in fase embrionale. La formazione dei trend (i meme) nei social media somiglia notevolmente alla formazione del pensiero umano dove ciascun neurone/persona è un nodo autonomo, riceve un input, e a sua volta spara un impulso in n direzioni. Il tutto accade secono criteri noti solo al singolo neurone/persona, criteri che possono sembrare casuali, ma che hanno un senso preciso e formano dei pattern replicabili – in un caso tale pattern sono chiamati trend, nell’altro caso: pensieri. Possiamo sfruttare queste reti per una specie di calcolo neuronale vivente? Sarebbe bello lavorarci.

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