September 24, 2017

Intraprendere Blog Network intervista Davide Orlando sulla sua startup Togunà Interactive

 

Ci descrivi l’idea sulla quale hai basato la tua Startup?

L’idea di partenza credo rispecchi la definizione tipica, ma forse non così scontata, di innovazione: applicare una tecnologia già esistente in un contesto nuovo.

Nel nostro caso si tratta di utilizzare i dispositivi mobili di ultima generazione per poter interagire con i contenuti multimediali preparati ad esempio per una mostra d’arte. In sostanza una videoguida, l’evoluzione della classica audioguida.

 

Descrivici cosa fa oggi la tua azienda, cosa propone e a quale target si rivolge.

Abbiamo realizzato la piattaforma i-muse, un software che funge da videoguida ovunque ci sia una storia da raccontare relativa ad un oggetto o ambiente: musei, gallerie d’arte, parchi archeologici, naturalistici, botanici o centri storici.

 

Come hai costruito il tuo team e da quali competenze è composto?

Dato che l’avventura imprenditoriale è partita dall’idea di un sistema di videoguida, ho coinvolto persone che avessero competenze specifiche e complementari.

Oltre a me, che mi occupo dello sviluppo del software, il team è composto da Luca Fadigati per tutto ciò che riguarda la grafica, Guido Panini per le attività di marketing, Paolo Sinigaglia e Samantha Vanossi per la realizzazione dei contenuti multimediali.

Un proverbio africano che si adatta molto bene al nostro caso recita: “se vuoi viaggiare veloce, viaggia da solo. Ma se vuoi andare lontano, viaggia in compagnia.”

 

Quali cose hanno funzionato bene nel tuo modello di business e quali meno? Ci sono stati dei cambiamenti in corso?

A meno di non possedere una “killer application”, penso che l’adattamento alle esigenze del mercato debba essere costante. Nel nostro caso col tempo abbiamo cercato di rendere il modello di business più flessibile: da un lato abbiamo le competenze interne per poter offrire i-muse con un servizio chiavi in mano fornendo hardware, software e contenuti; dall’altro possiamo concedere in licenza il solo software in modo tale che sia il licenziatario a fornire il servizio ai suoi clienti.

Davide Orlando

 

Una cosa che mi sono sempre chiesto è questa: ma si riesce davvero a fare rete fra le startup e con altre aziende in rete? O si sviluppano dei meccanismi di competizione?

Dipende sempre dalle persone con cui si ha a che fare, ma in genere trovo sia difficile fare rete tra startup dato che ognuna è, o ritiene di esserlo, talmente impegnata nella propria attività da considerare dispendioso fare progetti con altre realtà in partenza. Si pensa sia meglio lavorare subito per clienti importanti, il che non è certo sbagliato, ma così facendo si sottovaluta il potenziale delle collaborazioni con altre startup, che operano magari nella stessa città. In questo senso un fattore di coesione e coordinazione può venire senz’altro dallo staff senior più in gamba degli incubatori d’impresa.

Pensi che il tuo progetto abbia abbastanza sostanza per competere sui mercati internazionali? Quali sono i tuoi maggiori concorrenti oggi?

L’idea di partenza era di creare una videoguida che fosse competitiva nei confronti della concorrenza sia nel nostro Paese che all’estero. I maggiori produttori di audioguide hanno fatto o stanno facendo sistemi che includono il video, ma da quanto abbiamo visto finora nessuna soluzione utilizza un approccio alla visita interattivo come il nostro: usare i-muse è un po’ come giocare a un videogioco, fermo restando che l’attenzione del visitatore deve rimanere sull’oggetto esposto, non sullo schermo. Usabilità, interattività, format dei contenuti ed efficienza dell’applicazione sono i punti di forza che contraddistinguono i-muse e che speriamo di mantenere con l’innovazione continua.

 

Ci parli delle tue risorse di partenza? Sono entrati degli investitori? Parlaci dei contatti avuti con Business Angels e Venture Capital.

Siamo partiti grazie al Premio Speciale della Camera di Commercio di Como alla Start Cup Milano-Lombardia nel 2006 che ci ha garantito l’incubazione presso la sede di Como del Politecnico di Milano. Abbiamo proseguito con le nostre risorse insieme ad altri bandi e concorsi sia regionali che nazionali a supporto delle nuove imprese innovative. Parallelamente abbiamo sviluppato la nostra tecnologia, acquisito i primi clienti, e da poco abbiamo cominciato a relazionarci col capitale di rischio, finora con risultati troppo frammentari per poter arrivare a delle conclusioni.

 

Errori che hai commesso nella prima fase della tua startup.

Da un punto di vista di organizzazione interna, più che un errore un male necessario: lavorare a distanza, coi membri del team impegnati nelle proprie attività quotidiane. E’ un fattore che fa mancare quello spirito di gruppo che si crea solamente quando si lavora fianco a fianco e incrementa il rischio di incomprensioni, specialmente quando si utilizza principalmente la posta elettronica per le comunicazioni interne. Avere un lavoro fisso e fare startup non sono attività che si sposano bene.

Inoltre, il non sviluppare fin da subito la parte commerciale è un qualcosa che cercherei di non ripetere.

 

Quali altre startup guardi con ammirazione e un pizzico di invidia (bonaria) per le potenzialità che ci intravedi?

Senz’altro quelle in cui ci sono persone che stimo. Skebby di Davide Marrone, che è riuscito ad attrarre l’attenzione di due business angels italiani, e Waymedia di Francesco Baschieri che è cresciuta da sola fino all’internazionalizzazione. Ce ne sono altre, tutte con qualcosa da cui imparare, soprattutto tra quelle incubate all’Acceleratore d’Impresa del Politecnico di Milano, ma in queste due sento la figura dell’imprenditore molto affine alla mia.

Ipotesi: vendi ad un grosso marchio la tua azienda. In quale settore lanci la tua prossima startup? Lancia delle buone dritte per i nostri lettori.

Magari per altri mercati di riferimento, come la moda o la ristorazione, ma sempre focalizzato sul software per dispositivi mobili. Il mobile è uno dei pochi settori in continua crescita anche in tempo di crisi e dove servono competenze molto specifiche per realizzare applicazioni veramente usabili.

www.i-muse.info